L'ansia è la merce che si vende meglio #COViD19 #GiovaniDisagi


L’ansia è la merce che si vende meglio. Nulla di aulico, è lo stato WhatsApp di una persona di cui ho discreta stima, una frase che mi ronza nella testa da quando lo conosco, un po’ come se mi accompagnasse, ogni tanto mi viene in mente come un flash, quasi come fosse una sensazione o un’emozione di cui fatichi a darti spiegazione. Durante la quarantena ha preso improvvisamente un senso. Non assoluto, ho tante presunzioni ma non questa. Partiamo da un presupposto fondamentale, considero la diffusione del virus #COVID19 la più grande tragedia a cui io abbia mai assistito in maniera diretta e che mi ha personalmente coinvolto. Non voglio dare carattere scientifico a quanto propongo, tuttavia nelle riflessioni parziali (e soprattutto parzializzate) di chi ha mantenuto il contatto professionale con la propria utenza, sembrerebbe possibile ipotizzare che la conseguente quarantena abbia permesso una sorta di riavvicinamento ad alcuni aspetti di vita che potevano considerarsi dimenticati. Ovviamente escludo la popolazione che potrei arbitrariamente definire “under 23”, una fascia d’età i cui bisogni sono stati negati dalla quarantena, che si trovano a fare i conti con un mondo che ne limita la socialità pur mantenendo l’apparenza. Il contatto è proibito, rimangono i social a permettere una vicinanza che si può ritenere “forzata” e spesso poco autentica (difficile che l’identità proposta sulla rete sia una rappresentazione fedele di quella “reale”, anche se ormai si influenzano reciprocamente). Lascio ad altri più competenti il compito di interrogarsi complessizzando i possibili effetti di questo periodo per questo target. Riprendo quindi considerando, speranzoso di non essere etichettato come “nostalgico”, la popolazione “over 23” facendo un breve sunto delle esperienze ritenute da me più significative e connesse alla quarantena.

R. da poco si è separata, si sono lasciati col marito, siccome sono rimasti bloccati insieme (da due mesi) con la quarantena, si è dedicata alla propria professione (che per sua fortuna è anche una passione) ed ha aumentato il carico di lavoro (ha un impiego come web designer), rimanendo confinata in casa tuttavia ha ripreso ad occuparsi di sé, pur vivendo in una cittadina del nord Italia, ha scoperto la “siesta” sul balcone: “dottore, io non voglio vivere per lavorare. Cioè, ho capito di non volere molte cose che prima volevo!”.
S. ha anche lei un lavoro stressante, quando si è rivolta a me voleva smettere e cambiare occupazione, ci siamo accorti insieme che svalutava il contesto perché trovava difficile approcciarsi ad una situazione di competitività estrema in cui doveva proporre un’immagine di sé brillante e in discrepanza con le proprie caratteristiche personologiche. Da casa invece riporta che sta ricevendo complimenti per la sua capacità di esposizione: “Dottore incredibile, e pensare che non mi lavavo i capelli da tre giorni”.
In carcere la situazione invece è un po’ diversa, la convivenza forzata unita al timore di una diffusione del virus, ha posto le persone in condizione di temere per se stessi e per un contesto che non ha “vie di fuga”. Malgrado ciò, molti di loro si sono adeguati, anche in linea con una condizione di “castigo” che sentono propria, hanno smesso i colloqui e per la maggior parte hanno rinunciato, in un atto di coscienza, ad uscire, benché questo rappresentasse per molti l’unico alito di normalità in una condizione di perenne soffocamento.
Gli ospiti della comunità in cui lavoro, persone che sono rimaste ristrette a lungo in situazioni detentive o che si appoggiano alla struttura per riprendere un miglior contatto con il mondo esterno, malgrado il desiderio, in coerenza con lo stereotipo della persona dipendente che pensa esclusivamente a soddisfare i propri impulsi, si sono autoreclusi, scegliendo di mettere in protezione se stessi ed i propri cari.
Ciò che accomuna queste persone dal mio punto di vista è un miglior e maggior contatto con se stessi e con l’altro, in una dimensione più vivamente “sociale”: non è un caso che secondo il world happiness report le città con il più alto posto nel ranking sono quelle più propense a considerare il “bene comune” (è risultato di una ricerca che mi ha sempre lasciato perplesso ma a cui non posso fare a meno di credere). Tuttavia il prezzo di questa nuova relazionalità che si configura nel riconoscimento sia dei propri bisogni che quelli dell’altro, che ci vede a disposizione dell’altro, ha un controcanto forte in sottofondo, l’ansia appunto. L’ansia di perdere queste nuove o ritrovate possibilità sociali, l’ansia dell’occupazione che si andrà a svolgere (quasi tutta la mia famiglia è impiegata nella ristorazione), l’ansia di un futuro incerto che va ricostruito, l’ansia di ricostruirlo uguale a prima.
Nella mia esperienza l’ansia ha anche una funzione adattiva, segnala una situazione nuova ed imprevista: mi domando quale sarà la risposta che proporremo.
Diego Longo
Psicoterapeuta della Comunità Il Gabbiano
esperto ex Art. 80 O.P.

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